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A nessuno importa
Giornata fantastica. Niente cronache tipo temino da elementari, ve le risparmio. Posso dire che la mia mente, seppure ora abbia un carico da elaborare decuplicato (aka: seghe mentali), ne abbia giovato. Ho il sorriso stampato in faccia, nonostante guardando l’orizzonte veda stagliarsi dei cumulonembi.
Sorriso ebete? Sarà la serotonina, dopamina, le endorfine… boh, sarà qualcosa di correlato con l’attuale felicità.
Come se non bastasse, questione di minuti e mi guardo Una Pallottola Spuntata 2½. Porta chiusa: svegliare i miei ridendo non è il caso.
E poi? E poi? Fermo qua. A chi importa di leggere i fatti miei, le mie elucubrazioni mentali, i miei ragionamenti dattiloscritti?
Ci rivediamo dopo il film.
molesti, odori
23.41.
Stravaccato con la schiena inarcatissima, il culo sul bordo della sedia e i piedi sul tavolo. Vengo scosso da un brivido al solo tentativo di pronunciare “ergonomico”.
Profumo di pane. A mezzanotte meno venti, dev’essere l’olfatto andato a puttane. Già quando il mio compagno di banco avvisa di aver scoreggiato (fantastico, no?) devo rispondergli “non sento un cazzo”. Adesso ci mancavano anche gli odori inesistenti.
E invece è quella diavoleria di macchina del pane. Elogio alla cultura del prefabbricato. Del già pronto – lasciatemelo scrivere che parlando di questa ho preso un 9 e 1/2 nell’ultimo saggio breve: si parlava di un altro elettrodomestico, dentro il quale non è il caso di versarci ingredienti.
La “febbre del pane” non colpiva mio padre (quante volte me lo devo ripetere… devo scrivere pa-pà, come Ratzinger ma quello è senza l’accento (spero non sia l’unica differenza) …padre suona male) da anni. Di nuovo chissàquantitipi di farine diverse ad occupare spazio in credenza, di nuovo i trasferimenti di emule pieni di pdf con ricette, di nuovo continui cambiamenti e sperimentazioni. Ma il profumo a quest’ora mai: non c’era l’ageggio infernale. Infernale, come ogni altro “coso” abbia un timer o un orologio integrato.
Consuma meno del forno, richiede meno impegno, …mah, non lo nego. L’importante è che quando vada a tagliarmi una fetta, non senta il coltello che si blocca a tre quarti del pane. E che me le debba anche sentire dopo. …quella stracazzo di paletta, che resta nel pane e va tolta alla fine.
Eccolo, adesso suona, altro che pane. Quel beep non mi sa di pane pronto: va a stimolare altre sinapsi. Lo stanno perdendo!
0.00 in basso a destra, buonanotte.
Edit: che bello a quest’ora… messenger si è svuotato senza che me ne accorgessi, e su netlog uno sveglio mi ha pure chiesto se faccio il malignani. In una foto nella quale compaio IN CLASSE, con tanto di commento con settore, piano e aula. In un profilo con la scuola scritta in chiaro. Sono cose del genere che ti fanno sentire una mente superiore…
Please wait…
La doccia al buio. A parte “momenti difficili”, come afferrare il bagnoschiuma, girare il miscelatore (l’acqua calda ha dato forfait per qualche interminabile manciata di secondi), nei quali la luce dell’orologio è stata un ancora di salvezza, è un’esperienza da provare. Per provare quanto sia accessoria la vista in certe situazioni.
E poi, volete mettere il relax?
Ma non è di docce al buio che voglio parlare. E’ di velocità nel ragionamento.
Idee geniali non mi mancano, ma è possibile mi venga tutto in mente più tardi rispetto al momento del bisogno?
E’ il motivo per cui spesso non riesco a fare discorsi decenti. Ma come ho già straripetuto, niente lagne. Cronache, piuttosto.
14.30 circa, aula dell’Off. Aer. -tutta a vetri- …le verifiche di aerotecnica appoggiate sulla cattedra, mentre il prof è fuori a parlare. Nel giro di pochi istanti scatta l’intesa e già qualcuno oscura la visuale prof-classe alzando delle foto. Accompagnato da una folta schiera di spettatori (in preda alle risate), qualcun altro pesca un foglio dalla risma. Lo piega… ecco, non sono l’unico a ragionare bene solo nel lungo periodo.
Spero di avere dei lettori dotati di una certa intelligenza, quella che basta per capire che un compito futuro rubato non si piega, semmai si ricopia e si riconsegna intonso ai suoi compari freschi di fotocopiatrice.
Crisi: magari li ha contati. Intrepidi partono a razzo verso la stamperia, col rischio di farsi sorprendere. Eccoli, sono già partiti e s’illumina la lampadina: un foglio bianco. Avesse anche contato i fogli, non si sarà sicuro dannato a guardarli uno per uno. La fotocopiatrice poi, non è certo una macchina perfetta… idea criminale senza macchia. Ma è tardi… “adesso ti viene in mente, dirlo prima no?”
Niente suspense, la vicenda si conclude con un lieto fine. Per la classe. Un po’ meno per la mia testa…
A lume di candela
c.v.d.
Chiamiamola privacy, anzi, riservatezza. E’ il motivo per cui non pubblico il log di conversazione.
Per qualcuno se non si esce è colpa mia, perchè faccio l’associale, perchè ho un atteggiamento arrendevole, perchè “solo ti te son diverso” (questa per qualche frazione di secondo l’ho fraintesa).
Dimostrargli che se non si esce è perchè alla domanda “dove?” la risposta è “boh”, perchè non mi va di buttare via soldi al cinema con film stupidi “perchè non c’è altro”, perchè per lui il significato della parola uscire è tutto un programma (credo la consideri sinonimo di “cenare”).
Quel qualcuno deve sbattere davanti all’evidenza. “Stasera decidi tu”
Grado. Il ventiquattro aprile.
15km sulla SP Grado-Monfalcone DESERTA. Non ricordo di averla vista così vuota nemmeno per andare a cappe alle sei di mattina. Semplice: l’ho sempre vista d’estate, piena stagione balneare.
Apro la colonna mobile, con i fari a due posizioni -abbagliante e molto abbagliante- del mio Burgman. Per buona parte della strada non si vede altro che asfalto. Mi distraggo facendo lo spelling nato delle targhe incrociate, gorgheggi vari e infine, riscaldato abbastanza, mi metto addirittura a cantare. Giusto in tempo per entrare a Grado.
Onda verde giallo lampeggiante. Non c’è anima viva, parcheggiamo sotto l’Astoria, praticamente adiacenti al Viale. Vuoto.
Qualche gruppetto di persone, qualche bar aperto, più di una coppietta. Grado in questo periodo è da coppiette, basta. Ma sempre quel qualcuno non vuole capire, anzi si lamenta della mia incoerenza. Secondo lui mi sono lamentato di luoghi troppo affollati…
Gelato, passeggiata sul lungomare, rassegna di cazzate: perlomeno in quella totale desolazione si riesce a parlare. Intanto Dissegna si avventura da solo lungo un pontile. Ritorna raccontando di essere praticamente inciampato in due tizi. Furbo lui, a camminare nel posto più appartato. Ripeto, Grado adesso è da coppiette e basta. Forse anche per fotografi, senza tutto quel marasma di gente. Di certo non per “uscire” tra amici.
Torniamo alle moto nel vuoto sociale più assoluto, ci aspetta un’altra ventina di km fino a casa. Targhe e canto.
Tanto non mi illudo. Inutile dimostrazione.
Conoscenza a n-lati, ma c’è tempo?
Ho la sensazione di buttare troppa carne sul fuoco: tre argomenti pronti. Ma fra poco farò girare il link e voglio ci sia un po’ di sostanza per i primi lettori. Righe da leggere, spunti per discussioni, tutto fuorchè la statica decadenza dei blog passati.
Ho appena finito di studiare -male e frettolosamente- matematica, trovando il tempo e la voglia di fare qualche esercizio. Il tempo per darsi del coglione non basta mai. Perdo tempo, riesco a passare un fine settimana piovoso davanti al computer pur non avendone voglia. Le dinamiche sono sempre le stesse, analizzarle forse è un modo per evitare di caderci per l’ennesima voglia.
Mi siedo qua davanti, comincio a vagare tra i segnalibri, senza meta. Poi mi incuriosisco su qualche argomento, magari è una sfilza interminabile di articoli su Wikipedia, piuttosto che un topic da 62 pagine. Sempre senza meta… col risultato di accrescere una conoscenza tanto poliedrica quanto generica e superficiale. Di questa ne parliamo dopo.
“Fare prima”. L’unica soluzione: studiare prima, uscire prima… facile no? Se il problema fossero le letture interminabili davanti al monitor si. Ma anche con la macchina infernale spenta sarei capace di distrarmi con un libro che in altri momenti non avrei mai letto, con qualche rivista che altrimenti sarebbe rimasta in bagno, col testo di un’altra materia che avrei studiato chissà quando… oppure guardando fuori dalla finestra, scrivendo qualcosa su un foglio… o, peggio, pensando.
Tutto pur di poter perdere tempo. Faccio fatica a tenermi a bada, a non mettermi a rimandare impegni per le innumerevoli distrazioni. Quando ci riesco sono contento, so di aver ottenuto del VERO tempo libero, senza ansia, produttivo: riesco a uscire, se resto qua magari mi anticipo con lo studio, porto avanti progetti infiniti (parlerò del “maledetto Scenario” più avanti), faccio ricerche mirate per soddisfare la mia curiosità, chiaccherate produttive su messenger, post decenti su un blog… Istantaneità contro impegno a lungo termine: francamente, è la stessa differenza tra una sega e una relazione seria.
Torniamo alla “conoscenza poliedrica” di prima. Analizziamo anche questa. In quanti argomenti mi sono addentrato, più o meno superficialmente, per soddisfare la mia voglia di conoscenza?
Partiamo dalla facciata: Aeronautica, forse perchè è essa stessa un campo che attinge da molteplici branche di scienza e tecnica. Passiamo ai trasporti in generale, mi sembra di essermi mischiato bene anche col campo ferroviario. Quindi tecnologia in generale, sempre con la testa per aria eccomi a smanettare da praticone con radio e antenne, a scattare foto di luoghi d’interesse. Qua si apre una parentesi artistica, assieme alla lista di ciò che è finito davanti all’obiettivo della mia compatta. Si ripetono aerei, aeroporti, antenne, treni, ferrovie, ponti… ma non c’è un vecchio regio decreto che vieta di fotografare tutto ciò? Vuoi che non diventino miei soggetti anche gli altri luoghi coperti da segreto?
Così inizia la mia avventura nel campo delle fortificazioni. Aggiungiamo quindi un altro elemento d’interesse: storia contemporanea. Con lo strascico di tecnologia, telecomunicazioni, meccanica, costruzioni, fotointerpretazione, speleologia urbana…
Cosa manca? Qualcuno direbbe che davanti a un monitor non me la cavi malaccio, che sia lo stesso con astrazioni, sentimenti e senso critico… e non tocchiamo gli argomenti assortiti incontrati durante la lettura errante di voci su wikipedia, di topic sui forum più disparati e di notizie dei settori più improbabili.
Non mi sembra di essere un guru in nessuno di questi campi. Ci sono alti e bassi, raramente dell’eccellenza, ma mi basta la certezza di poter allargare la mia conoscenza a campi d’interesse sconosciuti fino a qualche istante prima senza grandi difficoltà. Quantità quindi, anche a scapito della qualità.
Non ho citato la musica. Terzo argomento incatenato dei tre di cui pronosticavo all’inizio del post, lo lascio al prossimo intervento. A risentirci su queste pagine,
A.
reset
Potrei importare tutti i post fatti su blogspot. Quel blog a cui ho cambiato url tre volte, in cui in quasi due anni ho preteso innumerevoli volte di poter cambiare. Non l’ho fatto.
Non è questo il bello della rete? Posso ricominciare da zero nel giro di qualche minuto. La testa è un’altra cosa, in fin dei conti resta quella. Magari la stravolgi nel giro di metà anno, ma non c’è un foro in cui infilare la biro e riportare tutto alle condizioni originarie. Banalità, no? Eppure è così difficile adattarcisi.
Veniamo a me, cambiato sono cambiato. Più contento con me stesso, perchè ho imparato ad essere in disaccordo col mio ego. Prima col mio ego, poi col mondo esterno. Contraddizioni: le stesse che sono fonte di gioia e dubbio in ogni altro campo, siano hobby, sia orientamento per il mio futuro, siano sentimenti.
Ho imparato a non essere egocentrico tanto per, a non essere nonsense tanto per, a non essere maniacale tanto per, a non fare l’ossessivo tanto per. Ho imparato a capire chi sono e ho capito chi sono. Ma non ho imparato perchè lo voglia scrivere. Quindi non l’ho capito.
In ogni istante della mia giornata c’è il pensiero fisso “e questo come lo racconto”. Godo nel raccontare, nel portare alle memorie altrui pezzi della mia, frammenti di vita vissuta, banalità e grandi avvenimenti. Il tutto senza accorgermi che, magari, sto annoiando. Me ne accorgo dopo, semmai il dubbio, spinto da quella gran capacità di empatia che tento di tenere sempre nascosta, dovesse saltare fuori lo fermo. Ci penso dopo. E’ da qua che parte l’infinita ricerca di mezzi, modi e stili per raccontare meglio. Righe su messenger, post su blog o forum, foto dove c’è spazio, video su youtube… cronache simil-epiche, nonsense, tragicomiche… registri gergali, tecnici, finemente umoristici o paurosamente psichedelici. Non c’è mai la certezza dell’abbastanza, mai un freno all’innovazione.
Niente certezze. Le certezze ci sono solo alla fine, e -scusatemi se sembrerà una frase fatta- nella vita reale il lieto fine non esiste. Non è filosofia spicciola, è solo qualche combinazione di sinapsi che una volta tanto non ha prodotto tecnicissime elucubrazioni. Al massimo il lieto fine cercatemelo alla fine della vita: non siamo qui a discorrere di morti contenti, ma durante un termine è soltanto una rinuncia. Perchè le cose non peggiorino, perchè più di così non sono potute peggiorare, perchè è ora di dire basta, perchè purtroppo non si può portare avanti un esperienza. Trovatemi qualcosa che si faccia finire per pura felicità, senza compromessi.
Controbatterete, qualcosa di brutto può finir bene. E vi do ragione, vi ho pur detto che era solo una divagazione di una mente che è fatta per cose razionali e definite. Visto, ho sbagliato e l’ho ammesso. Ora è il vostro turno, sempre che non vi piacciano gli spazi vuoti sotto a un post.
A.
















