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voglio cambiare aria
Fatica in bici 28/06/2008
Ostinato ad uscire. Nonostante la gomma a terra, nonostante non trovi delle toppe in garage, nonostante qualcuno preferisca “leggersi un libro tutto d’un fiato”, tempo un’ora e sto pedalando.
Niente radio, niente plotter GPS, una bottiglia d’acqua, avvolte in un passamontagna la fotocamera e una torcia frontale. Completano la dotazione portafoglio, cellulare, chiavi di casa… altrimenti sarei qui a raccontare della mia attesa al caldo, chiuso fuori.
Caldo. Si, quei bei 36 gradi (il Carso non perdona) ideali per farsi salite e sterrati. La soddisfazione non ha prezzo. Sia quella data dal vedersi la pianura di sotto, sia quella dell’embedding del kml. Nel primo caso però ne giova il fisico, nel secondo ci si innervosisce e basta: non funziona.
Link a google maps col percorso.
Casa, salita del Sacrario, Monte Sei Busi. Cento metri e qualche sasso di dislivello, la parte più tosta per fortuna è su asfalto. E tira. Perlomeno per me, con quel poco che giro, è una salita di tutto rispetto. Visioni mistiche accompagnano le fasi terminali, assieme a sguardi pieni di tentazione verso la discesa che ci si lascia dietro. Questione di allenamento?
Monte Sei Busi, d’obbligo tappa al PCO. Il termometro del cellulare indica 36 gradi, tenuto in tasca. E lasciato “raffreddare” fuori? Sempre 36, ovvio!
Certo che a mettermi in mostra in queste condizioni dimostro di non farmi molti problemi sull’aspetto…
Controllo zecche: una soltanto sui jeans (si, jeans… abbigliamento tecnico? quello c’è solo per camminare). Arsura e siccità le tengono giù nelle doline. Controllo accesso bunker: tutto ok, tale e quale a quando l’ho lasciato l’ultima volta. Foto con bici+cemento per provare che non sono salito lassù a motore, cospargendomi di sudore finto (?) e lasciando al talento teatrale il resto.
Proseguo verso le alture di Polazzo, strada nuova per me. L’acqua è di poco sollievo, mentre la terra rossa alzata mi si attacca alla faccia sudata. Altro autoscatto “impresentabile”.
Ridendo e affannando, le ruote poggiano sulla strada che scende dalle alture di Polazzo alla frazione omonima. Strada non priva di sorprese: qualche attimo dopo aver incrociato l’ennesimo Ciclista con abbigliamento tecnico, bici allo stato dell’arte, qualche KW in più nelle gambe e qualche bpm in meno sotto le costole, la strada termina (domanda: e il tizio, da dove arrivava?). ARATA. Per sconosciuti motivi. Tocca farla a piedi, un atterraggio sulle mani interrompe un timido tentativo ai confini del trial.
(notare il cartello… recinto elettrificato… sbav!)
Il calvario (paradossalmente, in discesa) termina all’altezza di un fabbricato marchiato IrisAcqua, dove la strada (non sarà un caso) riprende ad essere percorribile.
Raggiunta la strada, neanche il tempo di porsi il dubbio “torno a casa o continuo” che sto già pedalando verso Sagrado. Puntata in bici sul “ponte inutile” della Redipuglia-Cormons: sorprendentemente nessun tuffatore. Ritorno tutto d’un fiato (la “ferrovia mai fatta” sarà meta di un prossimo giro), con immancabile pit-stop in cimitero a Turriaco. Per bere, no? C’è addirittura il rubinetto, mica la pompa a mano…
Alla prossima!
via dall’elica
Ho già detto, niente cronache logiche e cronologiche. Partiamo dal fondo, dallo sguardo al Duca d’Aosta col casco sottobraccio, marmo bianco a instancabile guardia del portone. Basta quello per ricordarsi che c’è un “qualcosa” in più. Anche senza agriturismo, piscina, hangar nuovissimo,… il carrello non poggia su tre campi dedicati ad apparecchi invece che a granoturco: poggia -permettetemi la retorica- sulla Storia.
Adesso per ripararmi dallo scivolone retorico potrei mettermi a raccontare per filo e per segno la prima lezione pratica. Neanche ci provo: non troverei le parole. Il sudore di cui grondavo non posso allegarlo a un post. Neppure la soddisfazione di scendere, spingere l’attrezzo che ti ha portato per aria di nuovo al coperto, richiudere quei pesantissimi portelloni che separano l’odore d’erba da quello “d’aereo” e rendersi conto soltanto adesso di quanta -piacevole- stanchezza è stata accumulata.
Ok, non si scappa, è retorica anche questa.
Buonanotte



















